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Terapia antalgica (del dolore)

Il malato terminale ed il paziente con dolore cronico hanno particolare bisogno di una terapia di sostegno per il controllo del dolore.

Cura
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Terapia antalgica (del dolore)
Tempo di lettura: 6 minuti di Redazione

La terapia del dolore, in medicina, è un insieme di terapie sia farmacologiche che chirurgiche, oppure basate su particolari metodi come psicoterapia, ipnosi, elettrostimolazione, volte ad alleviare le manifestazioni dolorose di maggiore intensità e rilevanza clinica.

La terapia del dolore è detta anche terapia antalgica, trova specifica applicazione nel trattamento del dolore sia cronico che acuto. Nel caso del dolore acuto si attua quando l’intensità è tale da interferire con la normale vita quotidiana e le normali funzioni fisiologiche, tale anche da esporre il paziente a complicazioni pericolose come delle reazioni antalgiche respiratorie post-chirurgiche in operazioni toraco-addominali. Una condizione di dolore cronico costringe il team sanitario a rivedere i test diagnostici o ad ordinare nuovi controlli, progettare un piano di trattamento individualizzato che include terapia, creme, farmaci, fisioterapia e altro ancora.

Il trattamento del dolore cronico viene attuato soprattutto in ambito oncologico su tumori in stato avanzato. In queste condizioni, il dolore diventa insopportabile e perde la funzione di segnale d’allarme per l’organismo. Lo stadio avanzato della neoplasia pone il paziente in una condizione di dolore quasi perpetuo peggiorato anche dallo stato di cachessia generalizzato, che diventa penosa ed intollerabile per il soggetto.

Se si considera che le moderne terapie oncologiche hanno permesso di allungare la sopravvivenza media dei pazienti oncologici, si comprende ugualmente come il problema di un efficace controllo delle manifestazioni dolorose assume un’importanza molto grande, sia sotto il profilo qualitativo (le condizioni di vita) che quello quantitativo (a causa dell’aumento del numero di questi pazienti).

La terapia farmacologica

Il punto cardine della terapia antalgica è costituito dalla terapia farmacologica con la somministrazione di antidolorifici in una sequenza di intervento articolata in ordine di crescente attività analgesica.

Nella prima fase si utilizzano farmaci antidolorifici non oppiacei, come gli antidolorifici antinfiammatori non steroidei e gli antireumatici, nella seconda (che inizia quando l’effetto dei farmaci suddetti diventa blando) si ricorre all’uso dei narcotici leggeri come la codeina, il destropropossifene e l’ossicodone.

Nella terza fase si passa all’impiego dei narcotici maggiori come morfina e metadone. In queste tre fasi, la somministrazione dei farmaci antidolorifici può essere affiancata da antidepressivi, anticonvulsionanti, cortisonici, in base alle specifiche situazioni.

Un altro modo di affrontare la terapia è l’utilizzo di anestetici locali che bloccano le vie nervose sensitive, come l’analgesia peridurale continua, realizzata mediante l’infusione nello spazio peridurale del canale vertebrale di anestetici locali, attraverso un piccolo catetere che viene inserito appunto tra la dura madre e la pia madre.

Questa tecnica, utilizzata per le partorienti che non intendono sottoporsi ad anestesia tradizionale, è molto utile perché costituisce un passaggio mediano tra la terza fase della terapia antalgica ed il ricorso alla distruzione delle vie nervose o dei gangli interessati, mediante l’istillazione di sostanze neurotossiche come alcol o il fenolo detti alcolizzazione e fenolizzazione.

Altre metodologie molto invasive (e ai limiti dell’etica secondo il mio personale parere) sono la cordotomia o la rizotomia, casi limiti riservati solo a quei casi in cui non si ha nessun riscontro alle terapie farmacologiche precedenti.

Esiste un altro metodo, detto magnetoterapia, che si basa sull’esposizione del soggetto a onde elettromagnetiche o campi magnetici a effetto termico minimo, o elettrostimolazione.

La psicologia del malato terminale

Il malato terminale è un paziente che si ritrova ad affrontare una malattia che si può manifestare in diversi modi e viene affrontata in base alla situazione socio-economica ed emotiva del soggetto. Vi sono alcuni tumori che scatenano una vera e propria “lotta per la vita” come il carcinoma della mammella ed i tumori polmonari: solitamente il periodo di cura può durare anche qualche anno, con prognosi spesso non molto positiva, in quanto le percentuali di metastatizzazione possono risultare maggiori rispetto ad altre neoplasie. Quando il paziente si trova nello stato terminale, solitamente si ritrova ad aver “lottato” per la sopravvivenza e l’accettazione, anche se non facile da recepire, è una fase importantissima della terapia antalgica. In altri tumori, che vengono scoperti in ritardo o che hanno un grado di infiltrazione molto forte, la morte può arrivare anche in pochi mesi e far “accettare” al paziente tale situazione è molto più difficile. Il ruolo psicologico nella gestione del dolore è molto importante e alcune figure professionali come l’infermiere in primis ed anche lo psicologo sono fondamentali per aiutare il paziente nel suo percorso di cura non solo farmacologico o clinico.

Parlare di fase terminale è molto difficile in medicina, perché la fede e le credenze culturali del soggetto svolgono un ruolo determinante anche nelle scelte terapiche. La terapia antalgica è comunque un obbligo anche morale nonché deontologico verso il paziente, che va compreso, aiutato, sostenuto affinché possa affrontare tutte le fasi della malattia, anche quella terminale, nel migliore dei modi e nel rispetto del suo “essere umano“.



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