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Tabella nutrizionale GDA

La tabella comprende i valori di calorie, proteine, carboidrati, zuccheri, grassi, fibre, sale, corredate da una colonna in cui viene indicata la percentuale giornaliera raccomandata.

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Tabella nutrizionale GDA
Ultima modifica di Redazione

Chi di noi non ha mai provato a leggere la tabella presente sulla confezione degli alimenti? In effetti, noi di Sintomi.it abbiamo notato come persino i bambini facciano attenzione all'etichetta, magari per convincere le proprie madri a farsi comprare lo snack preferito in un supermercato.

La tabella nutrizionale, detta GDA (Guideline Daily Amounts) è, per obbligo di legge, un prospetto illustrato e ben leggibile della quantità di macronutrienti e micronutrienti essenziali presenti nel cibo.

Fondamentalmente lo scopo di tale accorgimento è quello di consentire al consumatore non solo di monitorare cioè che ingerisce, ma anche di poter scegliere il cibo più adatto alle proprie esigenze nutrizionali. L’idea, nata nel 1988 inInghilterra (e poi portata avanti da diverse associazioni, visita ad esempio il sito “Daily Intake Guide.”) per favorire il diritto di informazione del consumatore nei confronti dell’industria alimentare, oggi è divenuta un obbligo internazionale ed è disponibile sotto diverse variabili, spesso a discrezione della ditta produttrice. La tabella dell'”Institute of Grocery Distribution (IGD)” è divenuta ormai la cartina tornasole della qualità del cibo.

La tabella generalmente comprende i valori di calorie, proteine, carboidrati, zuccheri, grassi (saturi e insaturi), fibre (carboidrati che non vengono assimilati ma che favoriscono il transito intestinale), sale, … spesso sono corredate da una colonna in cui viene indicata la percentuale giornaliera raccomandata (specialmente nei micronutrienti come il calcio o il ferro). Oggi, più che una tabella, i valori vengono mostrati sul fronte o sul lato del prodotto con etichette di questo tipo:

Daily Amount Values (GDA)
Valori nutrizionali Donna Uomo Bambino (5-10 anni)
Calorie 2,000 kcal 2,500 kcal 1,800 kcal
Proteine 45 g 55 g 24 g
Carboidrati 230 g 300g 220 g
Zuccheri 90 g 120 g 85 g
Grassi 70 g 95 g 70 g
Grassi saturi 20 g 30 g 20 g
Fibre 24 g 24 g 15 g
Sale 6 g 6 g 4 g

Poiché l’introduzione al di fuori del Regno Unito ha generato non poche controversie ad esempio sui valori standard di uomini, donne e bambini (visto che l’altezza di una persona, peso, la quantità di attività quotidiana e l’età variano molto nelle diverse zone del globo), il punteggio è stato aumentato di circa il 5-10% rispetto ai valori che la persona debba effettivamente mangiare o bere nell’arco della giornata. Nel marzo 2009, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha pubblicato un suo parere su livelli di assunzione in l’Europa e si sono rilevati dati coerenti con i valori delle GDA calcolate nel Regno Unito. Facciamo attenzione a non modificare troppo il fabbisogno alimentare in base all’etichetta. Assumere le giuste dosi di carboidrati, grassi e proteine è fondamentale per non modificare il metabolismo, rallentandolo, ad esempio (e quindi ingrassando anche se si mangia di meno).

Cosa significa RDA?

Attenzione a non confondere GDA con RDA: la prima è la quantità di nutrienti presenti (in media, ricordiamolo) in 100 grammi di prodotto, mentre la seconda è la “dose giornaliera raccomandata”. Su questa dose giornaliera raccomandata potremo aprire diversi dibattiti, il fatto che questa percentuale sia spesso molto esigua non deve spingere il consumatore ad abusare del prodotto nella speranza di raggiungere il 100% della dose raccomandata. Si rischia infatti di eccedere in proteine o lipidi. A tal proposito raccomandiamo la lettura di questa direttiva europea del 1990 circa l’etichettatura nutrizionale dei prodotti alimentari (Direttiva 90/496/CEE del Consiglio del 24 Settembre 1990).

Industria e salute vanno d’accordo?

No. Esistono diverse questioni aperte circa le etichette alimentari. La prima, forse la più nota, riguarda il metodo di giudizio adottato nei diversi Paesi, con differenze circa il “metro” utilizzato ma, ricordiamo, che sono pubblicate “volontariamente” dalle case produttrici, che risultano tuttavia moralmente costrette a farlo per non perdere il passo della concorrenza Il “giochino” strano che viene notato, sovente, è che diverse industrie riportino una percentuale o un numero secco in base al fatto che tendano a “camuffare” o meno la concentrazione di un valore nutrizionale. Pertanto è difficile capire quanto questi valori possano orientare il consumatore nelle scelte al bancone: il fatto stesso che alcuni valori nutrizionali vengano utilizzati come slogan contribuisce ulteriormente ad aumentare la competizione tra le industrie concorrenti per lo stesso bene. Un ulteriore esempio riguarda il tanto decantato prodotto di origine “naturale” ed il fatto che la sua provenienza sia direttamente proporzionale alle sue proprietà salutistiche. Per farsi un’idea più accurata su questo argomento, raccomandiamo la lettura di questo libro di Dario Bressanini, “Le bugie nel carrello“. Leggiamo un estratto di un articolo dell’autore pubblicato su “Il Fatto Quotidiano“( Le bugie nel carrello, Il Fatto Quotidiano):

Negli ultimi decenni l’industria alimentare ha scoperto che, per differenziare due prodotti identici, basta aggiungere una sostanza che il consumatore ha imparato a identificare come «benefica» e pubblicizzarla sulla confezione. A volte viene strombazzata sull’etichetta anche quando è presente naturalmente nell’alimento. Ecco perché è sempre più comune trovare sugli scaffali cibi che dichiarano di contenere omega 3, fitosteroli, polifenoli, antiossidanti, vitamina D, selenio, ferro e chi più ne ha più ne metta.

Senza dimenticare, inoltre, il ruolo di centinaia di ricerche scientifiche, che comproverebbero come alcuni ingredienti avessero influenza diretta sulla nostra salute (potassio – intelligenza, vitamina C – antinfluenzale e così via…). E gli omega 3? Tutti i consumatori sono universalmente d’accordo sul fatto che facciano bene alla salute del cuore, senza sapere o chiedersi quale sia l’effettiva quantità di cui il nostro organismo bisogna per beneficiare di tali effetti. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha in parte bandito alcune delle indicazioni salutistiche che molte aziende sponsorizzano sulle loro etichette. Chi sono stati i più colpiti? I probiotici. Quindi, prima portare con sé un paio di occhiali per aguzzare meglio la vista sulle etichette, cerchiamo di non cadere troppo nel tranello di etichette che più che “consigliare”, sponsorizzano.



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