L'ingestione di microplastiche attraverso l'acqua in bottiglia è un problema significativo, con potenziali implicazioni per la salute umana

L’introduzione della plastica ha rivoluzionato numerosi aspetti della vita quotidiana, offrendo alternative più resistenti rispetto a materiali tradizionali come vetro, legno e metallo. Ogni sostituzione comporta dei costi, talvolta legati alla salute. Nel caso delle bottiglie d’acqua monouso, l’uso di plastica può comportare rischi legati all’ingestione di particelle microscopiche.

Negli ultimi anni il dibattito sull’uso della plastica si è intensificato, estendendosi oltre le sole bottiglie d’acqua. Alcune raccomandazioni suggeriscono di sostituire utensili da cucina in plastica con alternative in materiali naturali, come il bambù, e di evitare di riscaldare alimenti in contenitori plastici, anche se dichiarati sicuri per il microonde. In generale, si consiglia di preferire contenitori in vetro per la conservazione degli alimenti, poiché la plastica può rilasciare microplastiche che finiscono nel cibo e, successivamente, nell’organismo. Anche le bustine da tè possono contenere microplastiche, che si trasferiscono direttamente nella bevanda.

Microplastiche e nanoplastiche

Negli ultimi anni, l’interesse scientifico nei confronti dei microplastica e delle nanoplastica è aumentato. Si tratta di particelle di plastica di dimensioni microscopiche che possono penetrare nell’organismo attraverso la bocca o i polmoni e accumularsi in organi principali, come il cervello e il fegato

Secondo l’analisi di diversi studi, l’ingestione di microplastiche varia significativamente in base alla percentuale di acqua consumata da bottiglie di plastica. In uno scenario in cui il 100% dell’acqua consumata proviene da bottiglie di plastica, una donna americana potrebbe ingerire circa 429 kg di microplastiche nel corso della sua vita, mentre un uomo potrebbe arrivare a 574 kg. La maggior parte di queste microplastiche non rimane nel corpo: si stima che solo lo 0,004% venga accumulato, corrispondente a circa 17,2 grammi per una donna e 23 grammi per un uomo, equivalenti a un set di posate usa e getta in plastica.

In scenari più realistici, come quello in cui l’80% dell’acqua consumata proviene da bottiglie di plastica, l’ingestione totale di microplastiche sarebbe di circa 349 kg per una donna e 467 kg per un uomo, con un accumulo corporeo rispettivamente di 14 e 19 grammi. Nel caso in cui solo il 20% dell’acqua provenga da bottiglie di plastica, l’ingestione totale sarebbe di circa 108 kg per una donna e 144 kg per un uomo, con un accumulo corporeo di 4,3 e 6 grammi, rispettivamente.

Origine delle microplastiche nell’acqua in bottiglia

Le microplastiche presenti nell’acqua in bottiglia derivano principalmente dal materiale delle bottiglie stesse, in particolare dal polietilene tereftalato (PET) e dalla sua versione riciclata (rPET). Secondo lo studio, il 61% dei principali marchi di acqua in bottiglia negli Stati Uniti utilizza esclusivamente bottiglie di plastica, mentre il 26% offre alternative come vetro o alluminio. Solo il 13% dei marchi analizzati utilizza imballaggi alternativi, tra cui vetro, alluminio e materiali più innovativi come il bio-PE, derivato da fonti rinnovabili come la canna da zucchero o il mais.

Oltre al materiale delle bottiglie, le microplastiche possono essere introdotte durante il processo di purificazione dell’acqua. Studi hanno rilevato la presenza di migliaia di piccole particelle di plastica in bottiglie di acqua monouso, suggerendo che la contaminazione possa derivare sia dal materiale delle bottiglie che dai processi di produzione e purificazione.

Per quanto riguarda le bottiglie d’acqua, le plastica più rigide, come quelle utilizzate per le bottiglie riutilizzabili, risultano generalmente più sicure. Per ridurre l’esposizione a microplastiche, è opportuno considerare l’uso di bottiglie in metallo o in vetro. Si segnala, però, che il metallo può comportare rischi se durante la produzione vengono impiegati metalli pesanti. In generale, il vetro borosilicato rappresenta l’opzione più sicura, grazie alla maggiore resistenza rispetto ad altri tipi di vetro, soprattutto se dotato di copertura protettiva in silicone.

Gli studi indicano che le bottiglie monouso possono rilasciare nano e microparticelle nell’acqua, che possono poi accumularsi nell’organismo e negli organi interni. Per questo motivo, è consigliabile limitare l’uso di tali contenitori. Se non è possibile evitarli, è opportuno conservarli lontano da sole e fonti di calore ed evitare manipolazioni eccessive, come spremere la bottiglia o svitare e riavvitare continuamente il tappo. Un’ulteriore strategia consiste nel travasare l’acqua da una bottiglia monouso in una bottiglia riutilizzabile, riducendo così il rischio di rilascio di particelle dovuto a una manipolazione ripetuta.

Impatti sulla salute umana

L’ingestione di microplastiche è stata associata a vari effetti sulla salute, tra cui stress ossidativo, disfunzioni metaboliche, alterazioni del sistema immunitario e aumento del rischio di malattie cardiovascolari, neurologiche e riproduttive. Studi su animali e cellule hanno evidenziato che l’esposizione a microplastiche può influenzare negativamente la funzione cellulare e causare infiammazione. Ad esempio, una ricerca ha trovato che le persone con microplastiche nelle placche delle loro arterie erano 4,5 volte più propense a subire un infarto o un ictus. Un altro studio ha rilevato che gli individui con demenza avevano concentrazioni di microplastiche nel cervello fino a dieci volte superiori rispetto a quelli senza la condizione.

La maggior parte delle evidenze proviene da studi su cellule e animali, e sono necessari ulteriori studi sull’uomo per comprendere appieno gli effetti delle microplastiche sulla salute.

Poiché queste particelle possono alterare il microbioma intestinale, è possibile che contribuiscano a problemi digestivi e a disfunzioni del sistema immunitario. Un microbioma squilibrato, talvolta definito disbiosi, può inoltre provocare infiammazione sistemica e aumentare la probabilità di sviluppare malattie croniche.

Metodologia dello studio

Per stimare l’ingestione e l’accumulo di microplastiche, i ricercatori hanno considerato l’assunzione giornaliera raccomandata di acqua per diverse fasce di età e sesso, escludendo l’acqua derivante da alimenti e altre fonti. Hanno analizzato 31 dei marchi di acqua in bottiglia più popolari negli Stati Uniti, basandosi su dati di ricerca su Google. Lo studio ha anche esaminato quattro scenari di consumo: 100% acqua in bottiglia, 80% acqua in bottiglia, 20% acqua in bottiglia e 100% acqua del rubinetto. Le stime si basano su dati disponibili e potrebbero variare in base a fattori come le pratiche di produzione e le normative ambientali.

Limitazioni dell’analisi

L’analisi presenta diverse limitazioni che potrebbero influenzare l’accuratezza dei risultati. Le raccomandazioni sull’assunzione di acqua sono teoriche e possono variare tra gli individui. Inoltre, la quantità di microplastiche nelle bottiglie di acqua potrebbe essere cambiata nel tempo a causa di normative ambientali più rigorose o modifiche nei materiali utilizzati. Le stime si basano su dati limitati e potrebbero non riflettere accuratamente l’esposizione reale.

Le ricerche più significative

Un’indagine condotta dall’Università di Birmingham ha messo in luce la presenza diffusa di microplastiche all’interno delle bevande più comuni vendute nei supermercati e nei bar del Regno Unito. La ricerca ha analizzato 155 campioni appartenenti a 31 differenti tipologie di bevande e ha rilevato microplastiche in ogni singolo campione esaminato.

Secondo lo studio, le bevande calde, come tè e caffè, mostrano concentrazioni di microplastiche significativamente più elevate rispetto a quelle fredde. Il motivo principale risiede nel calore, che accelera il rilascio di particelle plastiche dal materiale del contenitore. Al contrario, succhi di frutta e bibite fredde presentano quantità di microplastiche decisamente inferiori. I ricercatori sottolineano come l’uso diffuso di contenitori monouso e il consumo di bevande calde possano contribuire a un aumento rilevante della presenza di microplastiche nelle bevande.

Il National Institutes of Health (NIH) ha sviluppato una tecnica di imaging avanzata che ha permesso di identificare migliaia di minuscole particelle di plastica all’interno di bottiglie d’acqua monouso. Questa metodica consente di osservare particelle estremamente piccole, note come nanoplastiche, la cui presenza è diffusa ma ancora poco compresa. Lo studio del NIH offre quindi strumenti preziosi per comprendere meglio la diffusione e l’impatto di queste particelle microscopiche sull’ambiente e sulla salute umana.

La Plastic Pollution Coalition ha segnalato la presenza di PFAS, una famiglia di sostanze chimiche particolarmente nocive, all’interno delle bottiglie di plastica monouso. Questi composti, spesso definiti “sostanze chimiche per sempre” per la loro persistenza nell’ambiente, sono stati rinvenuti in concentrazioni elevate, sollevando preoccupazioni riguardo ai possibili effetti negativi sulla salute umana e sull’ecosistema. L’analisi suggerisce che il consumo regolare di bevande confezionate in plastica può esporre le persone a sostanze chimiche potenzialmente dannose, rendendo consigliabile considerare alternative più sicure.

Un ulteriore studio condotto dalla Plastic Pollution Coalition ha mostrato che l’acqua in bottiglia può contenere centinaia di migliaia di nanoplastiche, una quantità molto superiore alle stime precedenti.

Questa scoperta ha suscitato preoccupazioni crescenti sui rischi per la salute associati al consumo di acqua contaminata da particelle plastiche di dimensioni nanometriche. L’elevata presenza di queste particelle suggerisce la necessità di una maggiore attenzione nella produzione, distribuzione e consumo di bevande confezionate in plastica.

Link esterniSe vuoi saperne un pò di più, leggere qualche articolo scientifico in inglese o delle fonti ufficiali, ti proponiamo degli spunti interessanti.


I metodi più efficaci per rimuovere i pesticidi da frutta e verdura: lavaggi con acqua, bicarbonato, aceto, sbucciatura e sbollentatura