Cos'è il fattore V di Leiden, guida completa sulla mutazione genetica, i test diagnostici, i sintomi, le patologie correlate e quando effettuare l’esame

Il Fattore V di Leiden è una mutazione genetica che interessa il gene responsabile della produzione del Fattore V, una proteina essenziale nel processo di coagulazione del sangue. Questa mutazione, chiamata così in riferimento alla città olandese di Leiden dove è stata scoperta, modifica la proteina rendendola resistente all’azione della proteina C attivata, un importante regolatore anticoagulante. In condizioni normali, la proteina C inattiva il Fattore V per controllare la formazione dei coaguli, ma con la mutazione di Leiden questo meccanismo viene compromesso.

La presenza di questa mutazione è associata a un aumentato rischio di sviluppare trombosi venosa, cioè la formazione anomala di coaguli nelle vene, come nel caso della trombosi venosa profonda o dell’embolia polmonare. Inoltre, può essere collegata a complicazioni ostetriche, come aborti ricorrenti.

Esami di Laboratorio

Valori normali, quando e come, perché viene richiesto questo esame. Il Fattore V di Leiden rappresenta una variazione genetica che, interferendo con il naturale equilibrio della coagulazione, può aumentare significativamente il rischio trombotico, rendendo fondamentale una corretta diagnosi e gestione clinica

Per questo motivo, il test è consigliato soprattutto a chi ha una storia personale o familiare di trombosi o a chi presenta episodi trombotici in età giovane o in particolari condizioni cliniche.

Il Fattore V è una proteina plasmatica fondamentale nel processo di coagulazione del sangue, prodotta principalmente dal fegato e, in parte, dalle piastrine. La sua funzione principale consiste nel facilitare la conversione della protrombina in trombina, un passaggio cruciale per la formazione del coagulo. Nel sangue, il Fattore V è inizialmente inattivo e, una volta attivato, accelera la coagulazione, ma la sua attività viene regolata da meccanismi anticoagulanti come la proteina C attivata, che ne limita l’azione per evitare eccessi di coagulazione.

Anatomicamente, si trova sia nel plasma sia all’interno delle piastrine, dove viene immagazzinato e può essere rapidamente rilasciato in caso di lesione vascolare per favorire la coagulazione localizzata.

La mutazione nota come Fattore V di Leiden altera la struttura della proteina rendendola resistente all’inattivazione da parte della proteina C attivata. Questo determina una minore regolazione della coagulazione, aumentando il rischio di formazione di coaguli anomali nel sangue (trombosi).

Come interpretare i valori dell’esame: alti, bassi e normali

L’interpretazione dei risultati si basa principalmente su due tipi di esami: il test genetico e i test funzionali della coagulazione. Il test genetico identifica la presenza della mutazione G1691A nel gene del Fattore V e distingue tra assenza della mutazione (rischio trombotico normale), eterosigosi (una copia mutata, con rischio di trombosi da 3 a 8 volte superiore alla norma) e omozigosi (entrambe le copie mutate, con rischio molto elevato, fino a 50-80 volte maggiore).

I test funzionali, come il test di resistenza alla proteina C attivata (APC resistance test), valutano la capacità del Fattore V di essere inattivato dalla proteina C: valori normali indicano una sensibilità corretta, mentre valori alterati suggeriscono una resistenza, tipica della mutazione di Leiden, e un aumento del rischio trombotico.

ParametroValori di riferimentoSintomi associatiPatologie correlateNote aggiuntive
Test genetico Fattore V di LeidenAssenza mutazione (normale)

Eterosigote (una copia mutata)

Omozigote (due copie mutate)

Generalmente asintomatico Possibili episodi tromboticiTrombosi venosa profonda (TVP) Embolia polmonare Complicanze ostetriche (aborti ripetuti)Rischio trombotico aumenta da 3 a 8 volte in eterosigoti, fino a 50-80 volte in omozigoti
Test funzionale (APC resistance test)Valori normali: normale sensibilità all’APC

Valori alterati: resistenza all’APC

Sintomi di trombosi in caso di valori alteratiTrombofilia ereditariaLa resistenza alla proteina C è indicativa della mutazione o di anomalie funzionali correlate
Fattore V plasmatico (quantitativo)Generalmente 50-150% dell’attività normale (varia tra laboratori)Non specifici per mutazioneCoagulopatie (rari casi di deficit o eccesso)Non utilizzato direttamente per diagnosi di Leiden, ma utile in valutazioni coagulometriche generali

Questa valutazione deve essere sempre contestualizzata nel quadro clinico e nella storia familiare del paziente.

Come si esegue l’esame e quando viene richiesto?

L’esame si effettua tramite un prelievo di sangue, successivamente analizzato con tecniche di biologia molecolare per individuare la presenza della mutazione genetica specifica (G1691A) nel gene del Fattore V. In alcuni casi si eseguono anche test funzionali, come il test di resistenza alla proteina C attivata, che valuta l’efficacia del Fattore V nel processo di coagulazione.

Viene richiesto principalmente in presenza di condizioni cliniche o familiari particolari, quali una storia personale o familiare di trombosi venosa profonda o embolia polmonare, soprattutto se insorti in giovane età o senza fattori di rischio evidenti, episodi ripetuti di trombosi senza cause apparenti, complicanze ostetriche come aborti ripetuti, oppure per valutazioni pre-terapeutiche in pazienti candidati a trattamenti anticoagulanti o interventi chirurgici con rischio trombotico elevato. Può inoltre essere utilizzato come screening in soggetti con familiarità nota per la mutazione.

Fattori che influenzano l’esame

Il test può essere influenzato da vari fattori sia a livello genetico che funzionale. In particolare, l’assunzione di farmaci anticoagulanti o antiaggreganti può alterare i test funzionali della coagulazione, mentre il test genetico resta invariato. Inoltre, condizioni cliniche come infezioni, infiammazioni o malattie epatiche possono modificare la funzionalità del Fattore V, incidendo sui risultati dei test. La corretta esecuzione del prelievo e la conservazione del campione sono essenziali per garantire l’affidabilità dei dati. Anche fattori fisiologici, come la gravidanza, possono influenzare temporaneamente i test funzionali. La presenza di altre mutazioni genetiche o difetti nelle proteine anticoagulanti può interferire con la valutazione del rischio trombotico complessivo. Infine, le differenze nelle metodologie di laboratorio e nei valori di riferimento possono influire sull’interpretazione dei risultati.


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