Tutto quello da sapere sull'omocisteina e la gravidanza: rischi, prevenzione, quanto bisognerebbe assumerne e il rischio dell’iperomocisteinemia

L’omocisteina (Hcy) è un aminoacido solforato che nasce come prodotto intermedio nel metabolismo della metionina, un elemento essenziale che assumiamo attraverso il cibo. Nel nostro organismo, l’omocisteina segue due percorsi principali: può essere riconvertita in metionina grazie all’intervento dell’acido folico e della vitamina B12, oppure trasformata in cisteina con l’aiuto della vitamina B6. In una donna non incinta, i livelli di omocisteina totale (tHcy) nel sangue si muovono generalmente tra 5 e 15 μmol/L. Ma quando inizia una gravidanza, il corpo si adatta in modo sorprendente: i livelli di Hcy si abbassano, stabilizzandosi tra 3 e 10 μmol/L nei trimestri centrali.

Omocisteina e gravidanza

Gestire l’omocisteina in gravidanza richiede un approccio attento e personalizzato

Questo calo è il risultato di un mix di fattori: l’espansione del volume di sangue, l’influenza degli ormoni come gli estrogeni e la crescente necessità di nutrienti per sostenere il feto e la placenta. Quando i livelli superano i 15 μmol/L, ci troviamo di fronte all’iperomocisteinemia, una condizione che può essere scatenata da mutazioni genetiche (come quelle del gene MTHFR), carenze di vitamine o abitudini di vita non ottimali, come il fumo o la sedentarietà.

Durante la gravidanza, i livelli ottimali di omocisteina sono più bassi, idealmente intorno a 5-7 µmol/L, rispetto a quelli di una donna non incinta

Quando l’omocisteina aumenta in gravidanza

L’iperomocisteinemia in gravidanza non è un fenomeno casuale. Può essere legata a tre cause principali:

  • Fattori genetici: alterazioni nel gene MTHFR, come i polimorfismi C677T o A1298C, riducono l’efficienza dell’enzima che trasforma l’Hcy in metionina, facendola accumulare nel sangue.
  • Carenza di nutrienti: se l’apporto di acido folico, vitamina B12 o B6 è insufficiente, il metabolismo dell’Hcy rallenta, portando a un aumento dei suoi livelli.
  • Influenze esterne: fattori come l’obesità, il diabete preesistente o uno stile di vita poco sano possono contribuire a squilibrare i livelli di Hcy.
    Questi elementi, combinati con le trasformazioni fisiologiche della gravidanza, possono amplificare i rischi, rendendo fondamentale un’attenzione particolare.

Quando l’omocisteina diventa un problema

Un eccesso di omocisteina può trasformarsi in una minaccia silenziosa durante la gravidanza, interferendo con la salute della placenta e del feto. I suoi effetti negativi derivano dalla capacità di danneggiare le cellule dei vasi sanguigni, favorire l’infiammazione, generare stress ossidativo e aumentare il rischio di coaguli. Ecco cosa può succedere:

  • Preeclampsia: L’Hcy elevata compromette la funzionalità dei vasi placentari, causando un aumento della pressione sanguigna e rischi per madre e bambino. Uno studio condotto a Ottawa e Kingston (Wen et al., 2019) ha mostrato che livelli di Hcy superiori a 12 μmol/L nel secondo trimestre aumentano il rischio di preeclampsia con un odds ratio di 1.8 (p<0.05).
  • Aborto spontaneo ricorrente: L’Hcy può ostacolare il flusso di sangue alla placenta, compromettendo l’impianto dell’embrione o la sua crescita iniziale. Alcuni studi hanno rilevato un rischio relativo di 2.3 per aborti precoci in donne con Hcy oltre i 15 μmol/L e mutazioni MTHFR.
  • Crescita fetale rallentata (FGR): Una placenta meno efficiente, a causa di trombi o infiammazione, limita i nutrienti al feto.
  • Distacco di placenta: l’ambiente pro-coagulante indotto dall’Hcy può portare alla separazione della placenta, con un rischio aumentato di 1.9 volte.
  • Difetti del tubo neurale (DTN): Alti livelli di Hcy segnalano problemi nel metabolismo dei folati, fondamentali per lo sviluppo del sistema nervoso fetale.
  • Parto pretermine e diabete gestazionale

Come cambiano i livelli durante la gravidanza

L’andamento dell’omocisteina durante la gravidanza segue un percorso dinamico e spesso non lineare:

  • Primo trimestre: i livelli sono un po’ più alti rispetto al resto della gestazione, ma inferiori a quelli delle donne non incinte.
  • Secondo trimestre: qui si raggiunge il punto più basso, tra 3 e 7 μmol/L, grazie all’aumento del volume di sangue e alla maggiore richiesta di nutrienti da parte del feto.
  • Terzo trimestre: i valori risalgono leggermente, ma restano generalmente sotto i 10 μmol/L.
  • Dopo il parto: entro 6-8 settimane, i livelli tornano simili a quelli pre-gravidanza, a meno che non ci siano carenze vitaminiche o predisposizioni genetiche.

Inoltre non tutte le donne presentano gli stessi livelli di omocisteina, e questo dipende da un intreccio affascinante di fattori genetici, alimentari e culturali che variano a seconda delle popolazioni. Ad esempio, nelle comunità asiatiche, in particolare tra le popolazioni cinesi, si riscontra una prevalenza elevata della mutazione genetica MTHFR C677T, che può riguardare fino al 40% degli individui. Questa alterazione genetica tende a far salire i livelli di omocisteina nel sangue, creando una predisposizione naturale a valori più alti.

In Europa, invece, questa mutazione è meno frequente, con una prevalenza che oscilla tra il 10% e il 20%. In alcuni gruppi europei, diete povere di alimenti ricchi di folati, come verdure a foglia verde o cereali fortificati, possono comunque portare a un aumento dell’omocisteina, anche in assenza di fattori genetici. Nelle popolazioni africane, i dati a nostra disposizione sono ancora limitati, ma sembra che le donne che seguono regimi alimentari ricchi di verdure a foglia verde, comuni in alcune regioni, tendano ad avere livelli di omocisteina più bassi. Queste differenze sottolineano quanto il contesto culturale e le abitudini alimentari possano influenzare un parametro biologico apparentemente semplice, rendendo ogni gravidanza unica nel suo equilibrio.

Affrontare l’iperomocisteinemia

Per prima cosa, non tutte le future mamme devono sottoporsi a controlli specifici per l’omocisteina, non si tratta di un esame di routine. Per chi ha un passato di complicanze ostetriche, come aborti spontanei ripetuti o preeclampsia, oppure una storia familiare di problemi legati alla coagulazione o segnali di carenze nutrizionali, un’occhiata più approfondita è consigliata.

Esami come la misurazione dei livelli di omocisteina nel sangue, che in Europa può costare tra i 20 e i 50 euro, o l’analisi genetica del gene MTHFR possono rivelare se ci sono rischi nascosti, offrendo una bussola per orientare le scelte successive. Un pilastro fondamentale della gestione è l’integrazione alimentare.

L’acido folico è il protagonista indiscusso: tutte le donne in età fertile dovrebbero assumerne tra 400 e 800 microgrammi al giorno, come raccomandano l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’American College of Obstetricians and Gynecologists. Per chi presenta fattori di rischio più elevati, come precedenti complicanze o mutazioni genetiche, la dose può salire fino a 4-5 milligrammi quotidiani. Ma non si tratta solo di folati: anche le vitamine B12 e B6 giocano un ruolo chiave, specialmente quando i loro livelli risultano bassi (ad esempio, B12 sotto i 200 pg/mL).

Sul fronte dell’alimentazione, il consiglio è di puntare su cibi che siano veri e propri alleati: spinaci, broccoli, lenticchie, cereali arricchiti per i folati, e alimenti come salmone, uova o yogurt per la vitamina B12. Questi ingredienti non solo nutrono, ma aiutano a tenere l’omocisteina sotto controllo. Infine, il monitoraggio è essenziale per assicurarsi che tutto proceda per il meglio. Ecografie periodiche permettono di osservare lo sviluppo del feto e la funzionalità della placenta, cogliendo eventuali segnali di allarme. In situazioni particolari, come un rischio aumentato di trombosi, il medico potrebbe proporre l’uso di farmaci anticoagulanti, come l’eparina a basso peso molecolare, sempre con una supervisione rigorosa. Questo approccio integrato, che unisce esami mirati, una dieta ben pianificata e controlli regolari, è la chiave per trasformare i rischi legati all’omocisteina in un percorso gestibile, proteggendo la salute di mamma e bambino.

Conseguenze a lungo termine per il bambino

Non si tratta solo di un parametro da tenere d’occhio durante i nove mesi: il suo impatto potrebbe riverberarsi ben oltre, lasciando un’impronta sulla salute del bambino anche anni dopo la nascita. Gli scienziati stanno iniziando a esplorare come livelli elevati di omocisteina nella mamma possano influenzare il futuro del piccolo. Ad esempio, D’Souza e Glazier, in uno studio del 2022, hanno suggerito che un eccesso di questa molecola potrebbe interferire con lo sviluppo cognitivo del feto, potenzialmente influenzando le sue capacità mentali.

Un altro aspetto riguarda il cuore, i figli di donne con omocisteina alta potrebbero avere, crescendo, un rischio maggiore di problemi cardiovascolari. Questo, secondo gli esperti, potrebbe essere legato a cambiamenti epigenetici, come la metilazione del DNA, che agiscono come interruttori molecolari capaci di modificare l’espressione genetica nel tempo.

Link esterniSe vuoi saperne un pò di più, leggere qualche articolo scientifico in inglese o delle fonti ufficiali, ti proponiamo degli spunti interessanti.


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