La brachidattilia è una condizione congenita che si manifesta con dita delle mani o dei piedi insolitamente corte: di solito innocua
La brachidattilia è una malformazione congenita delle dita, di solito innocua, ma che in alcune forme può influenzare la funzionalità degli arti o segnalare la presenza di una sindrome genetica. Questo difetto, osservabile sin dai primi anni di vita, può coinvolgere sia le falangi, ossia le ossa delle dita, sia le ossa metacarpali o metatarsali che sono quelle che formano palmo e pianta del piede. In molti pazienti si presenta come una particolarità anatomica senza implicazioni patologiche, ma in altri casi può essere parte di una sindrome genetica più complessa.
Il nome “brachidattilia” deriva dal greco: “brakhýs” significa “corto” e “dáktylos” significa “dito”. Letteralmente, quindi, il termine si traduce in “dita corte“.
Cause genetiche della brachidattilia
La brachidattilia è spesso la combinazione di mutazioni genetiche che interferiscono con lo sviluppo osseo delle dita. Questa condizione può essere trasmessa in maniera ereditaria in forma autosomica dominante oppure presentarsi spontaneamente. In alcuni casi, la condizione si manifesta come insieme di una sindrome genetica più ampia, come la sindrome di Down, di Robinow o di Turner. Anche fattori esterni, come l’assunzione di determinati farmaci in gravidanza o un ridotto afflusso di sangue agli arti del feto, possono contribuire all’insorgenza della malformazione.

La brachidattilia è una malformazione congenita delle dita, di solito innocua, ma che in alcune forme può influenzare la funzionalità degli arti o segnalare la presenza di una sindrome genetica
Dal punto di vista scientifico-medico, la brachidattilia viene classificata in diverse tipologie (A, B, C, D, E), a seconda delle ossa coinvolte e del grado di accorciamento delle dita. Ad esempio, nella brachidattilia di tipo A si osserva un accorciamento delle falangi medie, mentre nella tipo D è coinvolta esclusivamente la falange distale del pollice. Queste varianti possono essere isolate oppure associate ad altri difetti scheletrici. La classificazione è utile non solo per la diagnosi clinica, ma anche per orientare l’indagine genetica e il monitoraggio familiare.
A livello molecolare, alcune mutazioni nei geni responsabili della crescita ossea, come IHH (Indian Hedgehog), GDF5 (Growth Differentiation Factor 5) o HOXD13, sono state individuate come la causa diretta di diverse forme di brachidattilia. Questi geni regolano processi fondamentali come la proliferazione e la differenziazione dei condrociti, le cellule che formano le cartilagini e che in seguito si trasformano in tessuto osseo. Un’alterazione in uno di questi meccanismi può compromettere lo sviluppo normale delle ossa delle mani e dei piedi già nelle prime fasi dell’embriogenesi.
Sintomi della brachidattilia
Nei casi isolati e meno gravi, non comporta sintomi evidenti e non compromette la funzionalità delle dita. È nelle forme più marcate che bisogna riporre maggiore attenzione, dove può causare dolore, difficoltà nei movimenti di presa o nella deambulazione. Quando è associata a una sindrome genetica, può coesistere con altre anomalie fisiche. Alcuni pazienti, inoltre, vivono la condizione con disagio estetico, che può incidere sul benessere psicologico.
Le varianti della brachidattilia. Gli esperti distinguono diversi tipi di brachidattilia in base all’osso coinvolto:
- Tipo A: colpisce le falangi medie. Può interessare tutte le dita (A1), solo indice e mignolo (A2), oppure solo il mignolo (A3, le più comuni).
- Tipo B: riguarda le falangi terminali, spesso con assenza dell’unghia.
- Tipo C: interessa le falangi intermedie dell’indice, medio e mignolo, risparmiando l’anulare.
- Tipo D: coinvolge il pollice, con accorciamento dell’ultima falange.
- Tipo E: riguarda le ossa metacarpali o metatarsali, rendendo mani e piedi complessivamente più piccoli.
Diagnosi e indagini attorno alla brachidattilia
La brachidattilia è generalmente diagnosticabile con una semplice visita medica. Nei casi meno importanti, può rendersi necessario un esame radiografico per confrontare le dimensioni delle ossa con le proporzioni corporee. In presenza di altri segni sospetti, può essere utile un test genetico per identificare eventuali sindromi correlate. In gravidanza, tra l’11ª e la 14ª settimana, esami prenatali specifici possono rilevare eventuali anomalie genetiche associate.

La brachidattilia del pollice è una delle forme più diffuse e innoque
La maggior parte dei casi non richiede cure, poiché la funzionalità degli arti non risulta compromessa. Nei casi più complessi, o quando sono presenti sintomi dolorosi, si può ricorrere alla fisioterapia per migliorare la mobilità articolare e la forza muscolare. La chirurgia viene presa in considerazione quando l’accorciamento compromette le funzioni manuali o motorie, oppure per motivi estetici. Tra le opzioni chirurgiche figurano:
- Osteotomia: taglio e allungamento dell’osso;
- Innesti ossei: per aggiungere lunghezza;
- Trasferimenti falangei: trapianto di segmenti ossei da un dito all’altro.
La prognosi per chi soffre di brachidattilia è generalmente positiva. Salvo i casi sindromici o severi, la condizione non compromette né le aspettative di vita né la capacità di vivere una quotidianità normale. Le forme lievi restano spesso un dettaglio estetico senza ripercussioni funzionali.
Attualmente, la brachidattilia non può essere diagnosticata in anticipo. Le donne in gravidanza possono consultare il medico riguardo all’assunzione di farmaci potenzialmente rischiosi, specialmente quelli antiepilettici. Anche il monitoraggio prenatale può essere utile in presenza di familiarità.




